Pietra d’inciampo posata il 7 febbraio 2025 a Sorbolo, in via Trieste 4
Agostino Neviani nacque a Viano (Reggio Emilia) il 24 agosto 1922. Come molti giovani della sua generazione fu chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, prestando servizio nell’esercito del Regno d’Italia.
L’8 settembre 1943, con l’annuncio dell’armistizio e il conseguente collasso dell’apparato militare italiano, Migliaia di reparti furono colti di sorpresa e lasciati senza ordini chiari. Anche Neviani fu uno dei circa un milione di soldati italiani disarmati dai tedeschi e uno dei 700.000 che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana o di continuare la guerra al fianco dei nazisti.
Quel rifiuto, spesso espresso in condizioni di caos e pericolo, fu un atto di resistenza civile e morale che trasformò questi uomini nei cosiddetti Internati Militari Italiani (IMI). Una definizione creata appositamente dai tedeschi per negare loro lo status di prigionieri di guerra e privarli delle tutele previste dalle Convenzioni internazionali. Neviani fu deportato in Germania e trasferito attraverso diversi campi di prigionia e di lavoro coatto, tra cui quello di Linz, un’importante area industriale dell’Austria annessa al Reich, dove migliaia di IMI furono impiegati in condizioni durissime nelle fabbriche, nelle officine o in lavori infrastrutturali essenziali allo sforzo bellico tedesco.
Le giornate erano fatte di fame, freddo, turni estenuanti, violenze e privazioni, ma anche di una resistenza silenziosa e quotidiana: il mantenere vivo un senso di dignità, fraternità e speranza nonostante la deumanizzazione imposta dal sistema concentrazionario. Agostino Neviani riuscì a sopravvivere alla prigionia e ai lunghi mesi di lavoro coatto. La sua vicenda si inserisce nella più ampia, e per decenni dimenticata, storia degli IMI: uomini che, pur non avendo imbracciato le armi dopo l’8 settembre, offrirono un contributo essenziale alla Resistenza scegliendo la strada più dura, quella della detenzione e della non collaborazione.
Tornato in Italia dopo la Liberazione, Neviani fu uno dei tanti reduci che portarono con sé il peso di un’esperienza segnata da traumi e silenzi, ma anche dalla consapevolezza di aver difeso, con la propria scelta, un principio di libertà e dignità umana.


