Alkalay Josif, Miscia e Levi Sultana

Le pietre sono state posate il 3 febbraio 2024, in via Mosconi 2, Mezzano Inferiore (Mezzani)

Sultana Levi, nata nel 1908, suo marito Josif Alkalay, classe 1900, e il fratello di lui, Miscia, nato nel 1892, erano cittadini jugoslavi di religione ebraica. I due fratelli Alkalay erano avvocati, professionisti pienamente inseriti nei ceti borghesi urbani della loro terra d’origine; Sultana, invece, era casalinga. Le loro vite furono travolte dalla stessa ondata di persecuzioni che investì gli ebrei dei Balcani all’indomani dell’occupazione italiana della Jugoslavia, nell’aprile 1941.

Con l’avanzare dell’esercito italiano, anche in quelle regioni si applicarono le misure discriminatorie previste dalle leggi razziali fasciste. Molti ebrei furono costretti a lasciare le loro case e incanalati in un sistema di sorveglianza diffusa: per Sultana, Josif e Miscia questo significò essere assegnati al regime di internamento libero, una misura che li obbligava a risiedere in un comune designato, sotto controllo costante, senza possibilità di lavorare o di spostarsi autonomamente.

Così arrivarono a Mezzani, nella Bassa parmense. Qui vissero per mesi in una condizione di apparente normalità ma di reale privazione: l’internamento libero era una forma di segregazione mascherata, che colpiva non criminali o sovversivi, ma famiglie la cui unica “colpa” era quella di essere ebree. La loro esperienza, come quella di migliaia di altri, mostra quanto già prima del 1943 la persecuzione razziale fosse radicata nello Stato fascista, e come le comunità locali divennero luoghi di confinamento per uomini e donne che avevano perso tutto: casa, lavoro, diritti, identità sociale.

L’ordinanza del 30 novembre 1943, emanata dalla Repubblica Sociale Italiana, segnò un punto di non ritorno. Con quel provvedimento, che disponeva l’arresto e la deportazione di tutti gli ebrei presenti nei territori controllati dalla RSI, la persecuzione si trasformò apertamente in cattura e consegna ai nazisti. Anche per i tre Alkalay arrivò l’arresto. Prelevati a Mezzani, nel dicembre del 1943 i due uomini furono portati al campo di concentramento di Scipione e la donna al campo di concentramento di Monticelli Terme, adove gli ebrei del Parmense venivano concentrati. Da lì, nel marzo 1944, trasferiti al campo di Fossoli, divenuto sotto controllo tedesco il principale snodo della deportazione dall’Italia. Un mese dopo, il 5 aprile 1944, furono caricati su un treno con destinazione Auschwitz. Abbiamo pochissime informazioni sugli avvenimenti successivi relativi alla loro storia. Ritenuti abili al lavoro, furono inizialmente risparmiati dallo sterminio. Tutti e tre furono, in seguito, inviati in campi diversi: i fratelli Alkalay giunsero a Buchenwald, Levi Sultana a Dachau. Dei tre, solo Sultana sopravvisse.

La vicenda dei fratelli Alkalay e di Sultana Levi, avvocati colti e una donna di casa, rappresenta in modo emblematico la parabola degli ebrei europei: cittadini integrati, membri della borghesia professionale, trasformati in pochi anni in “sorvegliati”, “internati”, “deportati”. Ricordarli significa restituire voce a tre vite spezzate e riconnettere la microstoria di un piccolo paese come Mezzani al grande dramma della Shoah, che travolse l’Europa intera.

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