Giubellini Achille

Pietra d’inciampo posata il 7 febbraio 2025, a Mezzano Inferiore (Mezzani), in via Martiri della Libertà 48

Achille Giubellini, nato a Reggio Emilia il 20 gennaio 1914, apparteneva alla generazione che visse in pieno gli anni più duri della guerra. Richiamato alle armi e in servizio nell’esercito italiano al momento dell’8 settembre 1943, si trovò improvvisamente senza ordini, come gran parte dei militari italiani.

Quando i tedeschi chiesero ai soldati di scegliere tra la collaborazione con la nascente Repubblica Sociale Italiana o la prigionia, Giubellini – come centinaia di migliaia di suoi commilitoni – rifiutò di aderire al fascismo repubblicano. Quel “no”, pronunciato in un contesto di disorientamento e minaccia, gli costò la deportazione.

Fu classificato come Internato Militare Italiano (IMI), uno status creato dal Reich per sottrarre ai prigionieri le garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra e trasformarli in forza-lavoro. Deportato nel cuore dell’Europa occupata, Giubellini fu trasferito anche nell’area di Linz, uno dei centri industriali più importanti del sistema bellico nazista, dove gli IMI venivano impiegati in lavori pesanti, spesso in condizioni di estrema durezza.

Le giornate nei campi erano segnate da sfruttamento, scarsissimo cibo e rigida disciplina, ma anche da gesti quotidiani di resistenza morale: mantenere la solidarietà fra compagni, non cedere alla pressione del collaborazionismo, sopravvivere alla fatica e alla privazione.

Achille Giubellini riuscì a tornare a casa dopo la fine della guerra. La sua vicenda, come quella di molti altri IMI, rappresenta una pagina di resistenza non armata, troppo a lungo rimasta ai margini della memoria pubblica, ma fondamentale per comprendere il contributo degli italiani alla lotta contro nazifascismo e totalitarismo.

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