Pietra d’inciampo posata il 27 gennaio 2026 in borgo Onorato 8, Parma.
Emilio Degli Andrei nacque a Parma il 4 giugno 1924, in una famiglia di operai dei rioni popolari dell’Oltretorrente. La sua giovinezza fu irregolare e segnata da condizioni di marginalità: prima della guerra conobbe anche l’esperienza del riformatorio, elemento che incise profondamente sul suo percorso personale.
A 19 anni fu chiamato al servizio militare e assegnato a Merano. L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo colse lontano da casa, in una situazione di totale disgregazione dell’esercito italiano. Venne catturato dai tedeschi, ma riuscì inizialmente a fuggire. Da quel momento non fu più considerato un militare, bensì un antifascista: questa condizione segnò definitivamente il suo destino. Ricatturato, venne avviato alla deportazione nei campi di concentramento del Reich.
Il suo percorso di prigionia fu lungo e complesso: transitò prima da Bolzano, quindi venne deportato a Dachau, trasferito successivamente a Flossenbürg e infine a Sachsenhausen. In totale Degli Andrei trascorse circa venti mesi nei campi di concentramento. All’interno del sistema concentrazionario svolse lavori pesanti, in particolare come fabbro, cercando di sopravvivere in condizioni di estrema durezza. La vita quotidiana era segnata dalla fame, dalla violenza, dalle malattie e dall’annientamento fisico e morale dei prigionieri; anche Degli Andrei si ammalò gravemente.
Negli ultimi mesi di guerra visse l’evacuazione dei campi e le marce forzate, fino all’incontro con le truppe alleate. Passò prima attraverso un campo americano e poi un campo inglese, prima di poter rientrare in Italia. Tornò a Parma solo nel settembre 1945.
Il ritorno non segnò però la fine delle sofferenze. La Parma del dopoguerra era una città stremata dalla fame e dalla disoccupazione, e per Degli Andrei il reinserimento fu estremamente difficile. Segnato dall’esperienza dei campi e privo di una rete di sostegno stabile, scivolò progressivamente nella piccola criminalità. Durante una rapina ferì con un’arma da fuoco una guardia; per questo episodio fu condannato a 18 anni di carcere.
Dopo l’esperienza della deportazione, Degli Andrei visse così una seconda lunga esperienza di reclusione, questa volta nel sistema carcerario italiano. La sua vicenda restituisce con particolare forza le difficoltà affrontate da molti sopravvissuti ai campi di concentramento: il trauma della prigionia, l’assenza di strumenti di reintegrazione e l’impossibilità, per alcuni, di tornare a una vita considerata “normale”.
La storia di Emilio Degli Andrei mette in luce il lato meno raccontato del dopoguerra: quello dei sopravvissuti che, tornati dalla deportazione, non trovarono accoglienza, lavoro o comprensione, rimanendo intrappolati in un’esistenza segnata dalla marginalità e dalla violenza delle istituzioni totali.
Di Emilio Degli Andrei esiste una lunga intervista realizzata a Parma il 12 giugno 2002, nell’ambito del progetto Archivi audiovisivi della memoria, da Guido Pisi e Primo Giroldini, operatore Alessandro Mutti, disponibilesul sito Teste Parlanti.


