Renzo Mosé Levi e famiglia

Renzo Mosé Levi e famiglia

Renzo Mosè Levi nacque il 3 febbraio 1887 a Soragna, da Abramo Levi e Giulia Bosch. Nel paese nativo Levi era proprietario di un podere, ma si era trasferito a Parma, in via Cavallotti 30, insieme alla moglie Elena Foà e ai figli Bruno e Fausto, entrambi studenti.

In seguito all’emanazione delle leggi antiebraiche, Renzo Mosè ed Elena dovettero affrontare un doloroso distacco dai figli, costretti a proseguire gli studi fuori dall’Italia, Bruno, il più grande, ad Antibes e poi all’Università di Losanna, Fausto, il più piccolo, a Milano.

Per i Levi, tuttavia, ben presto si presentarono nuove difficoltà. Dopo l’8 settembre, a Soragna, dove Renzo Mosè ed Elena periodicamente risiedevano per dedicarsi alla cura del podere di famiglia, l’aria si faceva sempre più cupa e la minaccia di un possibile rastrellamento da parte dei tedeschi incombeva: dalla testimonianza scritta di Elena Foà del 2 aprile 1959, depositata presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma, si apprende infatti che i carabinieri, in quel periodo, comunicarono alla comunità di ebrei stranieri di Soragna che c’era un mandato di arresto per loro.

I Levi, anche su consiglio degli ebrei stranieri, dopo aver fatto espatriare in Svizzera il figlio minore, Fausto, che, dopo aver conseguito il diploma, era rientrato a casa, programmarono la fuga per il 28 settembre. Il loro piano, sfortunatamente, non si realizzò: il 27 settembre Renzo Mosè fu arrestato dai tedeschi e condotto nel carcere di San Francesco; Elena, rimasta sola, si rifugiò a Parma nella casa di alcuni amici.

Renzo Mosè più volte inviò lettere dal carcere alla moglie invitandola a fargli visita. Elena, pur sapendo di rischiare la vita, decise ugualmente di recarsi al comando tedesco, dove ottenne un permesso di visita della durata di quindici minuti.

Quello non fu l’unico incontro tra i due: non molto tempo dopo, Renzo Mosè, temendo che di lì a poco sarebbe stato deportato, cercò in ogni modo di rivedere la moglie. Elena, con l’aiuto di una signora italiana che faceva l’interprete per i tedeschi, riuscì ad ottenere un secondo permesso.

Fu il loro ultimo incontro: Renzo Mosè dal carcere di San Francesco fu condotto nel campo di concentramento di Scipione e fu poi trasferito nel campo di raccolta di Fossoli, da dove, il 5 aprile 1944, con il convoglio n. 09, fu deportato ad Auschwitz-Birkenau. Dopo l’arrivo nel Lager, il suo terribile percorso di deportazione continuò: da Auschwitz fu condotto ad Ensen e infine a Mauthausen, dove fu assassinato il 20 marzo 1945.

Elena venne a conoscenza del calvario che dovette affrontare il marito dalle lettere e dalle testimonianze dei reduci sopravvissuti alla Shoah e capì che l’ultimo colloquio che ebbe con Renzo Mosè in carcere sarebbe stato per sempre l’ultimo. Così si legge alla fine della sua testimonianza: “Non lo vidi più. Il suo calvario: Fossoli, Auschwitz, Ensen, Mauthausen. Lui, il suo corpo ormai ridotto ad una larva, crollò alla vigilia della Liberazione, il 20 marzo 1945. Lettere, testimonianze di reduci scampati al massacro. Un angoscioso interrogativo che ogni tanto si affaccia ancora, permane: le sue sofferenze hanno potuto uccidere il suo animo, il suo pensiero, il suo sentire di uomo, la sua dignità di essere uomo? Non avere più avuto una sua parola, una sola parola! Il delitto più grande di questa immane tragedia: avere ucciso Dio nell’uomo!”.

Fonti:

- M. Minardi, Invisibili. Internati civili nella provincia di Parma, 1940-1945, Bologna, CLUEB, 2010, pp. 159, 175-176, 201-203, 241, 325.

- M. Minardi, I bambini di Parma nel lager di Auschwitz, Parma, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea, 2003, pp. 34-35.

- M. Minardi, Le leggi razziste e la persecuzione degli ebrei a Parma. 1938-1945, «Storia e Documenti» 2, 1989, pp. 77-79.

- Archivio di Stato di Parma, Quest., Gab., fondo “Ebrei”.

- Archivio ISREC Parma, Fondo Testimonianze.