Carolina Blum

Carolina Blum

Carolina Blum nacque in Alsazia il 21 febbraio 1881, figlia di Bernardo e Rachele Halm. Le origini sono culturalmente francesi – come è noto l’Alsazia è una regione storicamente legata alla Francia, ma anche molto contesa. Nel 1881, al momento della nascita di Blum, risultava infatti annessa assieme alla Lorena alla neonata Germania, dopo la guerra franco-prussiana. Sarebbe stata restituita alla Francia nel 1919, con il Trattato di Versailles.

Carolina Blum nasce e vive in questo contesto e possiede la nazionalità francese. Non conosciamo molto della sua storia e della sua vita: anzi, le vicende umane che la portano in Italia rimangono avvolte dall’incertezza. Sappiamo che prima del 1943 si trovava a Genova, e che da lì proveniva prima di spostarsi nella nostra zona. I fogli di famiglia conservati nell’archivio del Comune di Sorbolo, oggi Sorbolo-Mezzani, ci permettono di capire che si spostò dalla città ligure insieme alla famiglia Fontana-Salvarani, originaria del Parmense. Tutti risultano “immigrati” da Genova il 22 settembre 1943, ad eccezione del capofamiglia Primo Salvarani, esercente, nato a Poviglio, che arrivò prima, già il 1 settembre, probabilmente con l’intenzione di trovare un’abitazione per tutti.

Blum nei fogli di famiglia risulta “convivente”: non sappiamo se ci fossero rapporti di parentela anche lontana con i Fontana-Salvarani. Con grande probabilità però questi rapporti furono di stretta amicizia. Nella casa in cui abitarono a Sorbolo, oggi via Gramsci, un tempo via Roma/via Marconi, Blum stava come ebrea straniera, e, dopo l’8 settembre e l’inizio della deportazione antiebraica, con lo status di “internata libera”: non era cioè, come avveniva in molti casi sul territorio italiano, nascosta, bensì ospitata apertamente da una famiglia. Era probabilmente una modalità riservata a molti ebrei di origine straniera: lo stesso internamento libero ebbe Samuel Spritzman a Parma. Blum viveva, a proprie spese, presso la Famiglia Fontana-Salvarani.

Con lei erano il già citato Primo Salvarani, la moglie Maria Fontana (di Lesignano Bagni), i due figli Antonio e Valter Fontana, e la nuora, sposa di Valter, Riccardina Allegri (lei sì sorbolese di origine, e probabilmente il tramite per l’individuazione dell’abitazione). Valter risultava esercente come il padre, il fratello Antonio faceva l’autista, Maria Fontana era casalinga. Nell’area della Blum, invece, compariva nel foglio di famiglia, nell’area designata come “professione o condizione”, solo un’indicazione: “nazionalità francese razza ebraica”. Forse quella condizione di internata libera in casa la avvantaggiò, almeno per qualche tempo, perché gli altri ebrei stranieri a Sorbolo si erano già da tempo allontanati tutti. Come scrive Marco Minardi:

“A Sorbolo, gli ebrei stranieri si erano da tempo allontanati tutti, tranne Carolina Blum. Le autorità recuperarono “tutte le somme che si trovano depositate presso codesto Ufficio postale per conto degli ebrei ex jugoslavi internati a Sorbolo”, da ritenersi “sequestrate a disposizione della Superiore Autorità Governativa Repubblicana”. Emersero anche alcuni depositi presso la Cassa di Risparmio locale ed effetti personali, anche questi già ritirati dalla locale Gnr. La Blum, ebrea francese, vedova, era arrivata a Sorbolo all’inizio del settembre 1943 proveniente da Genova e aveva trovato alloggio, a proprie spese in quanto “sfollata”, presso la famiglia Fontana-Salvarani. L’11 dicembre il commissario prefettizio di Sorbolo fece accompagnare la Blum nel campo di Monticelli Terme”.

(Marco Minardi, Invisibili, p. 188)

Da quella casa sorbolese, proprio per la sua origine ebraica, la signora alsaziana – al 1943 62enne – venne arrestata infatti da truppe tedesche l’11 dicembre 1943 e, il 16 dicembre, ufficialmente internata nel campo di concentramento di Monticelli Terme. Poco dopo, quando sia Monticelli che Scipione – i due campi della provincia di Parma rispettivamente destinati alle donne e ai bambini, e agli uomini – furono chiusi, Blum come tutti gli altri internati e internati fu trasferita a Fossoli (Carpi), con il trasporto del 9 marzo 1944. E’ ancora Minardi, attraverso l’intreccio di diverse fonti, a ricostruire quel momento:

“Arrivò il momento della partenza. Era il 9 marzo. Le internate e i loro figli furono caricate su una corriera e trasferite nel campo di Fossoli, dove poterono riabbracciare i loro mariti, padri e fratelli, giunti nel frattempo anch’essi in corriera dal campo di Scipione. Non abbiamo molte testimonianze del passaggio al nuovo campo, così come non ne abbiamo per il viaggio che tre settimane dopo i 56 internati provenienti dai campi parmensi effettuarono dal campo modenese ad Auschwitz/Birkenau. Unica superstite del gruppo partito da Monticelli Terme, Dora Klein ricorda quando “verso l fine di febbraio ci era stata annunciata “la buona novella” della riunione delle famiglie. Le donne si erano rallegrate molto di questa prospettiva; lo sarebbero state forse meno se avessero conosciuto la poco esaltante realtà del luogo ove ci avrebbero trasferite”. Il campo di Fossoli “quando sono arrivata io era brutto perché era squallido, era comandato da tedeschi e fascisti, ma non c’erano botte, non c’erano maltrattamenti, allora […]. Si è sparsa prima la notizia: “andremo da un’altra parte: fate le vostre valigie, portate via tutto fino all’ultimo”. Era il 5 aprile quando le 18 donne  i 13 minori che erano stati prima a Monticelli Terme lasciavano il campo di Fossoli diretti ad Auschwitz/Birkenau insieme a centinaia di altri internati, provenienti da diverse parti d’Italia e d’Europa. Si trattava delle quattro donne e dei cinque bambini ebrei italiani: Emilia Camerini, di 49 anni, i suoi 2 figli Donato e Cesare Della Pergola, rispettivamente di 12 e 9 anni, e la sorella Ulda Camerini, di 35 anni, Giorgina Padova, di 39 anni, con i suoi tre figli Liliana, Luciano e Roberto Fano, rispettivamente di 10, 12 e 2 anni e la cognata Alba Fano, di 39 anni; delle 9 donne e 6 ragazzi ebrei di origine jugoslava: Jenny Aron, di 38 anni, e i suoi due figli Alessandro e Carlotta Yesua, rispettivamente di 14 e 17 anni, Sarika Avramovic, di 28 anni, Clara Baruk, di 54 anni, Melania Bermann, di 43 anni, e la figlia Carlotta Reknitzer, di 14 anni, Lella Burlan, di 48 anni, e di sua figlia Sara Levi, di 16 anni, Maria Demaio, di 44 anni, e la figlia Stella Levic, di 17 anni, Sultana Levi, di 36 anni, Tina Ornestein, di 64 anni, Rachele Scioamovic, di 31 anni, e di suo figlio Josif Isakovic di 12 anni; degli ebrei di origine tedesca Feigel Haendler di 51 anni e di suo figlio Kurt Schiffeldrin di 13 anni; delle ebree polacche Dora Klein, di 31 anni, Jetti Runig, di 51 anni, Anna Kresic, di 51 anni, e della figlia Dragica Oblat, di 20 anni. E infine dell’ebrea francese Carolina Blum, di 63 anni. Il viaggio durò cinque giorni e cinque notti”.

(Marco Minardi, Invisibili, pp. 229-230)

L’ultima tappa per la Blum fu Auschwitz-Birkenau. Lì arrivò, con molti altri ebrei parmensi, il 10 aprile 1944 con il convoglio n. 5. Probabilmente già non più giovane e affaticata, la Blum fu uccisa o si spense non appena arrivata, perché la data di morte è stata stimata proprio al 10 aprile di quell’anno.