Famiglia Barbieri

Padre e figlio, rispettivamente classe 1897 e 1926. Di famiglia antifascista, sia Giuseppe che Sergio lavoravano come ferrovieri: lo stesso mestiere di Primo Polizzi, amico di Sergio. Fu proprio durante i turni di lavoro, dopo l'8 settembre 1943, che i due giovani compirono le prime azioni di sabotaggio: come raccontò in seguito Primo, ogni qual volta arrivava un treno carico di materiale bellico, loro cercavano di svitarne e danneggiarne le componenti. Nel maggio del 1944 Sergio prese parte alla Resistenza in modo più continuativo, assumendo dapprima il compito di staffetta e, un mese più tardi, aggregandosi al Distaccamento Betti col nome di battaglia di "Gabor". Nell'ottobre del 1944, durante un missione in città che aveva lo scopo di recuperare medicinali per il distaccamento, Sergio e Primo commisero l'errore di passare da casa Barbieri, in viale delle Rimembranze 36, per portare un saluto ai genitori di Sergio. Lì i due giovani furono sorpresi dalla polizia fascista e arrestati assieme al padre di Sergio, Giuseppe, nonostante quest'ultimo non avesse nessun ruolo nella Resistenza locale. Padre e figlio iniziarono dunque l'odissea della prigionia, che li condusse verso il sistema concentrazionario: detenuti inizialmente presso la sede della Brigata nera, furono poco dopo trasferiti nelle prigioni della Sicherheitsdienst (SD); il 17 dicembre il comando tedesco ne ordinò il trasferimento al campo di Bolzano; nel gennaio 1945 furono deportati al campo di concentramento di Mauthausen e nel febbraio, infine, furono destinati al sotto-campo Gusen II. Vennero separati appena arrivati al campo di Mauthausen. Successive testimonianze raccontano di Sergio logorato dai sensi di colpa per la deportazione del padre, del quale non ebbe più notizia, fino a quando, il 25 marzo 1945, non seppe che era morto: a quel punto il senso di colpa divenne insostenibile. Quel sentimento piegò lo spirito di Sergio, che probabilmente decise così di lasciarsi morire. Si spense tre giorni più tardi, il 28 marzo 1945.

Pietro Iotti, deportato anch'egli a Mauthausen per motivi politici, così ha raccontato il tragico epilogo del giovane:

[Sergio Barbieri] era stato deportato insieme al padre, Giuseppe, un uomo sui cinquant'anni del quale, all'arrivo, aveva perso le tracce. Giuseppe era morto nel lazzaretto; io lo sapevo non ebbi il coraggio di dirlo al figlio. Così la mattina dopo, quando i kapò facevano l'appello dei morti, risuonò il nome: Barbieri Giuseppe! Il figlio si precipitò: è mio padre...allora è qui. Fu un altro italiano a bloccarlo: questo è l'appello dei morti... Da quel momento il giovane smise di parlare, rifiutò anche il poco della razione. Si sentiva in colpa perché il padre era caduto in mano ai tedeschi in vece sua e adesso era morto. Per fare più presto il giovane beveva la propria urina, e in poco tempo morì anche lui.

(Da “Sono dov'è il mio corpo” di Pietro Iotti, p. 62)