Augusto Olivieri

Augusto Olivieri nacque nel 1891 a Parma, figlio di Erminio Olivieri, personalità di spicco nella politica parmigiana e del mondo delle professioni. Erminio era stato un avvocato, fervente radicale, poi eletto deputato in Parlamento e Sindaco di Parma durante la Grande guerra, dal 1914 al 1919. Augusto aveva seguito la strada del padre nella professione: anch’egli, dopo aver studiato al liceo classico cittadino “Giandomenico Romagnosi”, si era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza ed aveva intrapreso la professione di avvocato. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si era inizialmente dichiarato antiinterventista, ma con l’ingresso nel conflitto, come d’altra parte molti altri giovani italiani, partì come volontario e combatté con convinzione, ricevendo una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare e il merito di guerra. Da lì in poi rimase fedele a ideali mazziniani e repubblicani. Coerentemente con quella visione, durante il Ventennio fu antifascista liberal-socialista. Un fronte che successivamente, nella lotta di Liberazione, anche a Parma sarebbe stato tutt’altro che marginale. Olivieri apparteneva anche ad una loggia massonica di stampo democratico collegata con il Grande Oriente d’Italia (Palazzo Giustiniani). Come è noto, dopo un’iniziale convergenza, alla seconda metà degli anni Venti Mussolini con la cosiddetta “legge contro la massoneria” mise al bando le logge come società segrete, in parte, probabilmente, per mantenere buoni rapporti con la Chiesa, storica nemica dell’organizzazione. Di lì in avanti molti massoni divennero convinti antifascisti, di matrice appunto liberal-socialista, venendo perseguitati dal regime.

Così anche Olivieri, il quale, nel marzo del 1944, fu arrestato, insieme all’amico e collega Aldrevando Credali, mentre il terzo inseguito dall’ordine d’arresto, Paolo Venturini, riuscì a fuggire. I tre colleghi erano avvocati, intellettuali, di area democratica, non timorosi di far emergere il loro credo politico. Per questo – e anche per l’influenza ed il prestigio che rivestivano nel contesto sociale della borghesia cittadina e di Parma tutta – furono colpiti: rappresentavano una minaccia politica, per gli occupanti tedeschi e per i gerarchi di Salò.

Ad Olivieri la scelta antifascista costò cara. Dopo l’arresto da parte della Sicherheitspolizei (SD-SIPO), la polizia di sicurezza tedesca, dapprima fu rinchiuso a Bologna, nelle carceri di San Giovanni in Monte. Di lì fu condotto a Fossoli, e infine deportato nel campo austriaco di Mauthausen.

Tuttavia il suo tragico percorso si conobbe solo alla fine della guerra, in quanto da Fossoli in avanti di lui si persero le tracce. Oggi conosciamo alcuni dettagli in più sulla sua deportazione grazie alle testimonianze. I compagni sopravvissuti, con lui nel sottocampo di Gusen, presso Mauthausen, hanno raccontato che, non più giovanissimo, Olivieri non riusciva più a lavorare: fu preso in carico dall’infermeria e poi da un gruppo di internati, che se ne occuparono alla bell’e meglio, ma non ci fu nulla da fare. Morì, provato e distrutto, alla vigilia della Liberazione, il 28 aprile 1945. Aveva 53 anni.

A proposito di Olivieri il Dizionario Biografico dei Parmigiani riporta:

“Verso la metà di marzo del 1945, l’Olivieri, che era gravemente deperito in conseguenza dell’eccessivo lavoro e delle dure percosse subite (riportò la frattura di un braccio), nonché della scarsissima quantità di cibo, venne ricoverato nell’infermeria ove rimase fino al 22 aprile, data in cui venne dimesso in condizioni pietose e senza la forza di reggersi in piedi. Per sottrarlo alla sicura uccisione e tenerlo continuamente sotto la loro sorveglianza, alcuni compagni di sventura lo portavano di peso con loro al lavoro e là lo nascondevano. Ma il suo fisico martoriato non resse e, alla vigilia della liberazione del campo, l’Olivieri cessò di vivere. I suoi compagni di deportazione ricordarono in seguito il suo fiero comportamento nei campi di prigionia e nel campo di sterminio.”